The contemplative edge – Camilla Boemio

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Le mostre diventano un’opportunità da sviluppare in una fase ostica come quella che stiamo vivendo. Il confinamento e le condizioni di condizionamento successive, con la mutazione dei rituali del mondo dell’arte, hanno portato a una singolare valorizzazione del sistema, con la richiesta di programmi d’arte che arrivino alle persone offrendo nuove letture in una prospettiva dinamica, con un rigore e una consapevolezza che ridonino freschezza all’ingranaggio. Come ha ben spiegato Claire Bishop[1] nel suo saggio sulla spettacolarizzazione radicale nei musei, sempre più questi ultimi sono intenti a scattare e diffondere immagini, contenuti di approfondimento e interviste. Siamo in una fase cruciale per il modo in cui il museo pensa sé stesso ed entra nelle maglie della comunicazione.
Diventa sempre piú necessario essere parte di ciò che è fruito, essere impresario e attore della grande messa in scena, essere soggetto e oggetto culturale primario. C’è un presente nuovo da costruire, nel quale il contemporaneo diventa l’anello portante, capace di influenzare e arrivare alle persone. Un’appercezione della realtà in divenire, nella quale ogni sfida diventa la grande sfida da percorrere.
In questa ottica, la mostra di Bruno Lisi diventa l’occasione per dialogare con l’arte antica, per reintrodurci nei decenni più prolifici della
capitale, quelli che a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni ottanta hanno definito un’epoca nella quale l’arte è diventata a Roma la costruzione del mito; un’occasione per la retrospettiva che celebra un artista dalla pratica chimerica, i cui elementi del processo pittorico sono stati
considerati e messi in discussione.
La luce ha caratterizzato nel tempo la ricerca di Lisi in permutazioni non lineari, notevoli sia per la loro presenza sia per l’assenza. L’urgente
luminosità è migrata nella sua ampia pratica; nei dipinti che possiedono una ritrovata chiarezza e schiettezza del colore, ma anche nei disegni nei quali impalpabili nuance di colore ricordano che il vedere è un fenomeno corporeo in cui gli occhi registrano un’energia palpabile. Tali effetti prismatici, evanescenti, sono comunque compensati da passaggi resi in registri terrosi che danno peso ai colori piú luminosi, dando l’impressione che siano cresciuti organicamente dal terreno metaforico dello spettro cromatico.
Egli ha operato, nella sua proficua e lunga ricerca, esclusivamente col colore dato dalla luce, la cui luce che si rivela nel colore senza giocare sul colore[2] trasmette uno stato etereo dello spazio, sublimandone le interazioni.
La ricerca iniziata negli anni sessanta era stata recuperata nel successivo decennio, in cui Lisi si serve di una iconografia precisa e circoscritta, nella quale piú fasci di luce verticali si stringono a cuneo al centro del quadro,[3] arrivando a intersecare e diramare altrettanti
fasci luminosi.
Come tutti i suoi lavori, i Metacrilati sono il risultato di un processo multiforme che è iniziato fuori dallo studio, ma raggiunge le sue fasi piú intense al suo interno. L’artista stende pozze di pigmenti e medium che a loro volta diventano luoghi per la creazione di segni espressivi, di tracce, sedimenti. Gira intorno ai lavori, muovendosi su di loro come richiedono le composizioni in evoluzione, ponendosi tra i ritmi visivi e le loro trame in termini incredibilmente reali. La pittura, come il fiume Tevere e i boschi che circondano le campagne romane, offre infinite opportunità di immersione che confluiscono nella luce calda che avvolge la città.
Come punti focali visivi e metafisici, i Metacrilati sono oggetti immersivi ed enigmatici focalizzati nella presentazione. La capacità di sfruttare le energie naturali si traduce con estensioni inedite di luce e colore che rispondono a una moltitudine di fattori in tempo reale: le condizioni ambientali dello spazio visivo, la posizione del corpo dello spettatore, le qualità psicologiche e le considerazioni filosofiche che
sono inseparabili dalla percezione stessa.
L’artista si è sempre mosso in uno stato di coscienza nel quale un’innata spiritualità era affinata da una ferrea razionalità. In questo magma intellettuale ha aumentato, alla fine degli anni ottanta, la gamma delle sue combinazioni di colori e applicato al suo rigore procedurale le trame visive. Utilizzando una gamma di tonalità ancora piú diversificata, realizzando combinazioni e intensità che ha pianificato e affinato in ipotesi sull’energia e sul colore, che hanno informato la sua carriera artistica sin dal suo inizio.
Ciascuna opera di questa serie rappresenta un’espressione concentrata di chiarezza formale e intellettuale in mezzo alla complessità in continua espansione del cosmo. Questo stato di idillio viene sublimato e integrato dall’interazione con la collezione permanente del Museo dell’Arte Classica, rivelandone le ampiezze temporali assimilabili e plasmabili esteticamente, nelle quali confluiscono le dinamiche tra
opere d’arte provenienti da epoche diverse.
La mostra comprende anche un gruppo di inedite tele libere: Segno (1994-1997), Gesto (2000-2001) e Segno aperto (2003-2005), sospese tra le pareti, che formano una installazione eterea composta da fili estesi nei lati delle pareti del museo, che alterandone la narrativa consueta si immergono nell’incontro visivo con lo spettatore in un cocktail effimero e ineffabile.
Campi sinestetici di forma e colore, le tele sono descritte in termini tattili ed emotivi che sfuggono alla logica razionale e sono unici per ogni spettatore. Poiché i loro attributi formali funzionano come esche visive, l’occhio viene attratto negli spazi atmosferici dalle loro composizioni prima di incontrare un numero apparentemente illimitato di aperture associative. I mondi prendono forma attraverso le loro varie superfici e altrettanto rapidamente svaniscono di nuovo allo stesso modo, proprio quando l’atto di guardare genera un sovraccarico ottico o una dissonanza dirompente. Gli accumuli di segni di Lisi rivelano tracce riconoscibili di pianificazione e trattative combattute con i materiali, riportando lo spettatore verso le realtà concrete del pigmento, del mezzo e della superficie. In questo stato di catarsi, l’artista fa spazio sia alla precisione che all’abbandono, invitando gli spettatori a partecipare a processi di creazione controllati e a proiettarsi in questo stato di contemplazione.
Nel loro insieme, le opere in mostra ricadono su un corpo di lavori in grado di esplorare nuove relazioni cromatiche e la piú ampia gamma di trasparenze, segni e luminosità. Come in ogni studio di vasta portata, le dimensioni, la forma, la materialità di base permettono di spingersi tra una forma astratta, primaria, e il suo soggetto umano.
In questo stato di elezione, Lisi ha proiettato quell’attimo magico creativo all’interno della conoscenza.

THE CONTEMPLATIVE EDGE: COSMOLOGIE

La sezione parallela di eventi che si pone in dialogo con le opere di Bruno Lisi nell’atmosfera immersiva del Museo dell’Arte Classica prende le mosse da una riflessione sul mondo che deve arrivare, i cui segnali inquietanti si colgono nelle tante crisi che stiamo vivendo, dal lavoro, alle migrazioni, alle pandemie e all’ecologia, che preannunciano un’apparentemente inevitabile distruzione, provocata dallo sfruttamento capitalistico degli esseri umani e dell’ambiente naturale.
È imperativo che si riscopra prima di tutto ciò che abbiamo trascurato per indirizzare la nostra attenzione sull’atto cruciale e senza prezzo di ripensare una nuova società, vedendo gli esseri umani come parte integrante della natura in questo contesto di riscoperta della nostra storia artistica. Gli artisti coinvolti in questa sezione riflettono su questi temi esplorando la nozione di contaminazione nel senso piú ampio e concettuale. Ripetizione, gestualità, flash, immagini subliminali assumono, nel caso di Mathew Emmett, un significato psicologico e danno forma a un’installazione video immersiva; mentre nell’opera di Greig Burgoyne i performer coinvolti dialogheranno, attraverso la gestualità, con le statue del museo.
Nel maestoso contesto del Polo museale della Sapienza, abbiamo operato in modo che gli artisti dipingessero le tenui relazioni tra artista e pubblico, corpo e tela, il simbolico e il fisico. Vogliamo condividere i messaggi degli artisti per favorire una presa di coscienza, un’estrema concentrazione, e per ispirare gli altri in questo periodo di equilibri precari.

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Fare arte come globalità dell’esistere è, naturalmente, il diritto a questa vita. Non trovo altre parole per allontanare da me l’incubo della professione e del professionismo, questi doppioni inutili e gravosi della nostra stessa esistenza.
Fare arte come una specie di martirio laico. Ma in realtà mai come oggi abbiamo la possibilità di raccontare, evidenziare o sognare mescolando nel crogiolo i colori, i suoni, le forme, o le parole che al di là di una risposta immediata siano come semi che potenzialmente contengono la vita. La creatività espressa ma non divulgata agisce comunque lentamente, per canali fortunatamente non prevedibili e non classificabili.
Bruno Lisi

Note
1. 
2. 
3.