Come mettere in azione lo sguardo – Carla Subrizi

 

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Arrivati a questa fase della storia dell’arte, dopo che definizioni differenti si sono succedute o alternate rispetto a cosa sono l’arte e la pittura, cosa è un quadro o quale gesto o pensiero ha affiancato la superficie pittorica, l’ipotesi è quella di spostare la domanda e ripensare la dialettica artista-opera d’arte da un altro punto di vista. In questione sono allora proprio lo sguardo e il punto di vista. Aggiungerei, non soltanto dell’artista ma anche di colui che guarda. Di chi, dunque, partecipa alla relazione e ai processi che anziché concludersi con l’opera d’arte, da essa hanno invece inizio, aprendo traiettorie che vanno al di là di quanto è immediatamente visibile.

Le Sfere di Bruno Lisi, opere che appartengono ad un periodo ristretto del suo lavoro, (la seconda metà degli anni ’80), costituiscono al proposito una indicazione importante, proprio per ciò che riguarda la riconsiderazione dello spazio e del segno che lo attraversa, senza ritornare a premesse superate sul perché e il come si pensano e si realizzano un quadro o un disegno. Di cosa si tratta allora? Di astrazione o degli ultimi esiti di una figurazione che non conserva oramai che la memoria di un qualcosa non più riconoscibile? Di gesto “automatico”, con qualche eco della magica rottura dei processi logici che i surrealisti avevano fatto propria, o di gesto che mette in movimento lo spazio (quasi di tipo futurista), producendo la sintesi tra il segno che resta e lo spazio che attraverso quel segno perde ogni equilibrio e simmetria? Ogni risposta sembrerebbe però affrontare soltanto un aspetto del lavoro di Bruno Lisi, mentre le Sfere sono esse stesse un congedo dalle definizioni che abbreviano in un solo concetto la molteplice esperienza dell’arte e del pensiero che la accompagna. Va anche ricordato che in verità il segno di Lisi attraversa lo spazio per metterlo in tensione, per scoprire in esso la vibrazione delle immagini più che per collocare in esso delle immagini, sin dalle superfici monocrome dei primi anni ’80 o dalle tensioni di luce della metà degli anni ’70. Le Sfere nascono, inoltre, da un movimento a metà tra la casualità e il proposito di arrivare proprio a quel segno. Bruno Lisi dice che è come quando si sta al telefono e si comincia a fare un disegno che poi procede per conto proprio, mentre si sta pensando ad un’altra cosa. Infatti la mano ha dato inizio ad un tratto che poi attraverso un succedersi di variazioni e sovrapposizioni si espande sulla superficie bianca, si cancella ma nello stesso tempo si rafforza, fino a localizzarsi sul limite stesso della superficie, quasi a volere da essa sfuggire. Così ciò che viene a delinearsi non è semplicemente un’immagine in uno spazio (astratta o non, non ha allora più importanza), non è soltanto un segno del quale capire o ricercare la riconoscibilità, ma piuttosto la messa in atto di un rapporto, di una tensione che spingendo oltre se stessa proprio l’immagine, produce uno spostamento del punto di vista: verso l’al di là dell’immagine, il suo fuori, lo spazio bianco ancora da attraversare. Quelle Sfere disegnano così un’assenza. Ci parlano più del vuoto che di esse stesse. Non soltanto però del vuoto che le circonda ma del vuoto che è ancora al loro interno, della consistenza che hanno perduto, di una materia tornata al suo stato più informe. Sono tracce più che segni, sono ombre più che corpi fisici, sono insomma quanto resta di un qualcosa che ha attraversato lo spazio o che ancora lo sta attraversando: una traiettoria che funziona più da indicazione di una direzione da prendere (verso il fuori dello spazio/superficie) che come segno depositato di un percorso già fatto.

Mi viene in mente Bacon, guardando le Sfere di Bruno Lisi. Apparentemente un accostamento azzardato. Tuttavia i corpi dei quadri di Bacon sono figure in azione, spingono il movimento al di fuori di esse, comunicano il movimento allo spazio circostante, fino a produrre rotazioni vertiginose, avvolgimenti centrifughi che deformano volti e contesti, dissolvono e sciolgono fisicamente frammenti del corpo fino a disperderne i residui nello spazio. Le figure di Bacon indicano, proprio con questo movimento, che lo spazio non è solo contesto, non è solo la superficie in cui si situa il gesto, ma è soprattutto un limite da infrangere, una soglia da sperimentare, un punto di disequilibrio, dove le forze si mescolano e le dicotomie (dentro-fuori, interno-esterno, sopra-sotto) si annullano.

Bruno Lisi sembra proprio comunicare questa tensione con le sue Sfere. Con la differenza che non si serve, per mettere in atto questo processo, di un corpo, di una figura. Lisi parte da un’assenza, da una memoria, da una traccia. Quasi cancellando una porzione di spazio, ne potenzia invece la forza e con un semplice gesto, ripetuto e quasi privo di ogni soggettività, proietta irreversibilmente le potenzialità dello spazio oltre ciò che è più facilmente visibile.

In altri quadri, lo stesso attraversamento della superficie, in parallelo, con segni assai ravvicinati, fino al punto da non lasciare spazio a ripensamenti o esitazioni, è invece interrotto da una sorta di cicatrici, brevi episodi in cui si evidenzia la presenza di un ostacolo, di un impedimento: un dolore con cui si sono certamente fatti i conti ma che resta indelebile nella materia del pensiero/pittura. Quelle cicatrici diventano allora, anch’esse, soglie, zone in cui si sperimenta la perdita di ogni certezza, in cui vacilla la stessa sicurezza di poter sempre e in qualche modo pensare e attraversare lo spazio.

Una idea è dunque costante e ritorna implacabile e ossessiva in tutta la ricerca di Lisi: l’idea del limite, che quasi subito diventa anche l’idea del vuoto come memoria, dell’immagine come congedo da ciò che la definisce, della pittura come esperienza di una mancanza.

I quadri di Bruno Lisi, e proprio le Sfere sono al riguardo esemplari, vogliono dunque far ruotare lo sguardo, mettendolo alla prova, vedendo se è possibile immaginare altri percorsi quando dinanzi a quelli già fatti si fa avanti il disincanto: ovvero la disillusione che spinge ad andare oltre le apparenze e le immediate attribuzioni di significato.

(Dal Catalogo della mostra, “Opere dal 1989 al 2001”, Galleria A.A.A. Palazzo Brancaccio, 26 novembre 2001-26 febbraio 2002)