Bruno Lisi e la terza strada – Giuseppe Selvaggi

 

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E’ come se l’astrattismo, in pittura, fosse di­ventato romantico. Ed è anche come se la realtà fi­gurativa, che rimane la più completa fonte di fan­tasia per l’artista, avesse assimilato quello che di necessario vi è nell’astrattismo. I quindici quadri raccolti nella seconda mostra personale (prima a Roma) di Bruno Lisi, insieme ad una tappa nella giovane strada del pittore, ci raccontano questo la­voro di compenetrazione che sta avvenendo nelle leve delle arti figurative occidentali, tra realismo ed astrattismo.

In una collezione di quadri che sviluppi la sto­ria della pittura dal momento in cui l’astrattismo si è presentato con la divina luce delle sue linee e dei suoi spazi, rappresentazione di dimensioni interiori dell’uomo, in lotta con il realismo figurativo, forse più umano, perché anche nell’aspetto più vicino all’uomo ed a ciò che nelle nelle apparenze circonda l’uomo, il più bel quadro di questa mostra potrebbe indicare lo sforzo, di volontà e di vita dei giovani che affrontano l’ormai in corsa seconda metà del Novecento. E’ una volontà disperata, perché è condizione di autonomia espressiva, di annullare il contrasto astrattismo-realismo; assimi­larlo nel tentativo, destinato in qualche modo a riuscire, di dare alla pittura moderna un terzo lin­guaggio che non sia l’astrattismo e che non sia il realismo, ma che sia… che cosa? Ce lo diranno, d’improvviso, con le cadute e le ricadute e le con­quiste, i pittori che, come Bruno Lisi, quando il se­colo starà finendo saranno nella loro piena matu­rità di mezzi e di rendimento.

Tutto qui il discorso su questa mostra.

Romanticismo era ieri realismo visto con oc­chio d’amore. Oggi può anche essere astrattismo visto con occhio d’amore. Il «Cancello verde» è un quadro in cui il ferro battuto ricurvo e verni­ciato di verde chiude un misterioso giardino denso di muschi e di incontri, come sono i cancelli chiusi di tutto il mondo e di tutti i tempi. Eppure è pre­sentato, all’ascolto del cuore di chi guarda, con la moderna gioia a cui ci ha educato quella difficoltosa figuratività che si chiama astrattismo e che in verità è già un fenomeno che l’occhio moderno ha assor­bito e reso classico.

La donna in Bruno Lisi ha un rigoglioso in­sorgere che ne fa un fiore monumentale nel quadro. Quante volte, in mostre anche valide, abbiamo soc­chiuso gli occhi per evitare che in noi prendesse dimora la figura di una donna dipinta in maniera così detta «astratta»? (Questa è una parola pro­nunciata per tanti usi e non ben definita nel voca­bolario dei pittori e degli amanti della pittura. Perciò è meglio premettere un «così detta»). Nel quadro di Bruno Lisi la donna assurge a senso reale di vibrazione amorosa, pur essendo ormai lon­tana dalla figura realistica che, per esempio, invi­tò Antonio Baldini a mormorare alla Paolina di Ca­nova : «Fatti in là!», per esprimere il senso pie­no di vita, appunto, che quella immagine iniettava allo sguardo ed allo stesso sangue. Non solo siamo lontani da quel modello di immagine realistica ma siamo già alle soglie del risultato di una immagine altrettanto vera che l’intuizione dell’artista ha ot­tenuto facendo franare in sé l’educazione e l’abitu­dine a quel mondo realistico (la scuola) ed insie­me l’ansia della più ardita conquista, come è oggi solo l’astrattismo.

Dinanzi ai quindici quadri qui esposti noi sia­mo ormai solo degli spettatori, applaudenti o no, de­siderosi di avere in casa quel quadro o quell’altro. Siamo arrivati, per così dire, a spettacolo fi­nito. Il dramma, o meglio il primo atto del dram­ma c’è stato già nel giovane pittore, che ha dovuto anatomizzare, buttare con disordine la realtà figu­rativa che era l’immagine immediata che si presentava dinanzi alla sua ispirazione. E poi ha dovuto capire il valore in proprio di ogni frammento di quella realtà, spezzata come un mito coraggiosamen­te fatto cadere. (Documento di questa fase del dram­ma è il quadro « Particolare »). E da questa com­prensione del particolare giungere a ricomporre la realtà attraverso la sete di astrattismo, una sete nuova che è ormai in ogni pittore d’oggi, come una sete di luce, come forma stessa della luce.

Non è che Bruno Lisi sia arrivato alla defini­zione dell’incontro tra astrattismo e realismo in quel terzo linguaggio che è ormai una verità dell’arte moderna. Ce ne vuole, per questo. Ma è sulla stra­da in cui sono in molti, nella stessa cordata. Vi­cini di generazione, non possiamo che capirlo, e dargli forza attraverso la comprensione. Dargli di­versamente una mano per la faticosa salita è piut­tosto impossibile, per la solitudine a cui un artista è condannato se vuol dire una parola che abbia la sua voce, per poter dipingere una realtà ché sia la sua realtà, ed insieme vera per il prossimo suo.

(testo scritto in occasione della mostra alla galleria Anthea, Roma, 17-28 febbraio 1962)